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8 - 9 luglio
TORINO Punto Verde Villa Genero

Prima Nazionale

LA SCÈNE

di Valère Novarina
regia Valère Novarina

collaborazione artistica Céline Schaeffer
drammaturgia Pascal Omhovère
scenografia Philippe Marioge
luci Joël Hourbeigt
costumi Sabine Siegwalt
canzoni originali Christian Paccoud
musica Ludwig van Beethoven
trucco Catherine Saint-Sever
direttore di scena Richard Pierre
direttore tecnico Julien Duprat
direzione luci Paul Beaureilles
accessori Jean-Paul Dewynter
costumi Séverine Thiébault con la collaborazione di Marie La Rocca, Peggy Sturm, Coralie pozo Castillo
marionette elettroniche Zaven Paré con la collaborazione di Achille Zaoner
voce Élise Truchard
con (in ordine di apparizione) Claire-Monique Scherer (Rachel), Michel Baudinat (Le Paure), dominique Parent (La Machine à dire la suite), Laurence Vielle (La Sybille), Agnès sourdillon (Trinité), Jean-Quentin Châtelain (Isaïe-Animal), Philippe Fretun (Diogène), Léopold Von Verschuer (Frégoli), Pascal Omhovère (Pascal), Richard Pierre e Julien Duprat (Les Ouvriers du drame)
violoncello Ophélie Humbertclaude
con la partecipazione del Tangram Teatro Carmen Gallico, Mario Nicosia, Giovanni Costantino, Francesca Tantaro, Marta di Giulio, Marida Bruson, Alessandra Orlando, Alice Volpi, Aldo Uteri, Gianluca Porcu, Alessio Trizio, Melania de Vicariis, Giuseppe Poma, Azzura Quartararo, Valeria Battaini

produzione Compagnie L’Union des Contraires - Théâtre national de la Colline - Festival d’Avignon - Théâtre Vidy-Lausanne E.T.E.
direttrice di produzione Clara Rousseau (MINIJY)
con la collaborazione di Laurent Carmé e Lauriane Schaller

 “L’attore è l’artista della memoria. In lui tutto risuona. È in questo senso che l’attore è veggente. La memoria non è affatto una funzione subalterna, meccanica, ma una bestia straordinariamente intelligente che scende nel labirinto del testo, ascolta lontanissimo, viaggia nel profondo per trattenere tutto, penetra il segreto circuito risonante – dialogico e iperlogale – va nelle gallerie, nelle camere d’eco meno esplorate, a cercare i ritorni e memorizzare l’architettura sotterranea. Per svolgere la materia delle parole in volute e slegare davanti a noi la matassa respirale, l’attore ha dovuto percorrere l’intera caverna sonora nelle sue profondità… È in questo che l’attore è profetico. Il profeta non è tanto uno che annuncia ma uno che ricorda. Profetico fra le nazioni è il popolo che ricorda. “Attraverso il ricordo, la redenzione”. Ricordarsi e parlare, ecco la massima dell’attore, e tutto quello che sa fare: annunciare e ripetere.”

Da Valère Novarina, Davanti alla parola, Milano, Ubulibri, 2001, traduzione a cura di Gioia Costa


Lo spettacolo s’intitola quasi provocatoriamente La Scène. Forse evoca l’atto di recitare in se stesso, l’atto fondante del teatro. Quello in cui l’attore fa dono di se stesso, sacrificio del suo linguaggio al pubblico per aiutarlo a capire meglio l’umanità, a trovare in se l’umanità.
La Scène è un delirio filosofico straordinario, un luna-park metafisico. Su un palcoscenico indefinibile, che potremmo fare risalire all’inizio del mondo e addirittura all’inizio della creazione umana, gli attori usano una lingua inedita e la loro missione è “far vedere” il linguaggio, quasi evocarlo.
La Scène è la settima messa in scena di Valère Novarina e che, nell’occasione, è anche autore della scenografia dipinta. Una pittura, la sua, che rivela, come una pianta geologica, le forze termiche, le vene del suolo, che sconvolgono la percezione dello spazio. Lo scrittore e poeta, come il pittore, usa il linguaggio in senso “materico”; lingua “a fior di pelle”, dialetti dimenticati, argo latino, greco, circense, patois morenti, raffiche di neologismi. Il teatro di Novarina – come afferma egli stesso – si forma nella bocca dell’attore.
Valère Novarina propone una “presenza” dell’uomo, animale, caustica, deferenze dell’abitudine, liberata dalle trappole della psicologia. Musicista della lingua, si sofferma sulle ritmiche sulle irregolarità del tempo.
Con La Scène, Valère Novarina prosegue e precisa la sua ricerca di un teatro in cui lo spettatore e l’attore sarebbero agiti dalla forza “allucinogena, salvatrice e terrificante” delle parole – e nel quale, sul palcoscenico, le parole si materializzano.

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