Il festival


Il Festival delle Colline Torinesi, giunto alla 26esima edizione, diventa un Festival d’autunno, complice la Fondazione TPE, trasformando la propria formula. Lo slogan diventa, dopo quello del viaggio, «confini/sconfinamenti».

Ci saranno le «novità» della presenza di un paese ospite - il vivacissimo Belgio - di una monografia d’artista, dedicata alla Socìetas, una famiglia e un collettivo d’arte, della contaminazione condivisa con la Fondazione Merz del teatro con l’arte contemporanea. Dare spazio alla «performance» significa andare oltre certi steccati o rimuoverli, affiancare a schemi drammaturgici ricerche di concettualità, di complicità nuova con il pubblico, il cui sguardo completa ogni creazione. Senza dimenticare però che «confini/sconfinamenti» evoca, nella vita reale, grandi dolori.

Nel 2021 il Festival presenta 19 spettacoli in 32 giorni, con 51 recite in 6 spazi di 3 città, 7 prime, e artisti di 12 nazioni.

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  • 19.07.2021 IL NUOVO FESTIVAL D'AUTUNNO

    Dal 14 ottobre al 14 novembre 2021 il Festival delle Colline Torinesi, sempre organizzato da TPE, Teatro Piemonte Europa, riprenderà il suo percorso con la ventiseiesima edizione. Un’edizione che ripropone alcuni titoli della venticinquesima, quelli cancellati o rinviati, e molte altre novità.

    Non si tratta soltanto della risposta a un’emergenza, un adeguamento: l’avvio di un nuovo festival d’autunno significa anche il rilancio, la trasformazione, della tradizionale formula, una ripartenza che caratterizza peraltro molto mondo teatrale, costretto a lunga inazione.

    Intanto il Festival che sta esaurendo il suo triennio tematico dedicato al viaggio si esercita in una nuova riflessione: quella sui «confini» e sugli «sconfinamenti». Ci sono tanti confini e tante possibilità di varcarli. Dai confini territoriali (che ben conoscono e soffrono i migranti) a quelli esistenziali, sperimentati in modo doloroso da tutti con la pandemia. Limitatamente alle arti i confini circoscrivono, a volte in modo improprio o pretestuoso, i linguaggi. Uno dei compiti della creazione contemporanea, noi crediamo, è di «sconfinare», contaminare i linguaggi, alternarli, combinarli. La cosiddetta prosa e la danza, la performance e il video. Non a caso i francesi utilizzano il termine «création contemporaine».

    È in questo ambito che il Festival 26 vuole accostarsi, in particolare, alla performance d’arte, nel quadro di una partnership con la Fondazione Merz e di collaborazione con la Fondazione Piemonte dal Vivo e con il Castello di Rivoli Museo di Arte Contemporanea. Dare spazio alla «performance» significa andare oltre certi steccati: guardare ad artisti che non utilizzano schemi drammaturgici consueti, ad artisti che cercano spazi nuovi, ad artisti che scommettono su altre complicità, persino con la moda e il design.

    Alla Fondazione Merz, in sinergia con la Fondazione stessa, saranno proposti al pubblico Rompere il ghiaccio di OHT/Office for a Human Theatre, di Filippo Andreatta, con Magdalena Mitterhofer e Sunny Sundays di Rabih Mroué e Lina Magdalanje. Degli stessi artisti libanesi al Teatro Astra andrà in scena il nuovo spettacolo Borborygmus.

    Al Castello di Rivoli, in collaborazione con il Museo d’Arte Contemporanea, il Festival sarà presente con Exhibition, evento performativo di Cuocolo/Bosetti pensato per i musei, che sotto forma di una bizzarra visita guidata, si interroga sulla natura della fruizione. Dunque anche del teatro e dell’arte.

    Ma un altro compito del teatro e di un festival che ne declina le tante facce è di essere coscienza critica del presente, occuparsi delle società in cui viviamo, decifrare questi tempi difficili, tra Covid e degrado del pianeta, povertà e migrazioni appunto, crisi economica e effetti negativi della globalizzazione.

    Per dare sbocchi a queste riflessioni il Festival svilupperà alcune varianti nei propri palinsesti. In particolare lavorerà sull‘idea di un «paese ospite» e di una «monografia d’artista». Nel 2021 sarà il Belgio il primo paese ospite e la famiglia d’arte Castellucci, presente con tre allestimenti di Claudia Castellucci, Romeo Castellucci e Chiara Guidi, il soggetto della prima monografia d’artista che avrà come corollario un nuovo «Quaderno del Festival», edito da Hopefulmonter, a iniziare una collana di riflessioni critiche.

    Nel segmento internazionale del programma figurano i belgi di Needcompany (è proprio il Belgio il paese ospite) che propone All the Good, spettacolo  di teatro, musica, danza, performing-art, nato da un incontro di Jan Lauwers con un veterano della guerra arabo-israeliana, Elik Niv, diventato danzatore dopo un grave incidente e una lunga riabilitazione (un filo secondario dello spettacolo, non irrilevante, è la riflessione disincantata sull‘arte contemporanea), l’ungherese Kornél Mundruczó con il suo Proton Theatre, alle prese con Imitation of Life (con Lili Monori, Bori Péterfy, Roland Rába, Zsombor Jéger, Dáriusz Kozma), un atto d‘accusa contro una società contemporanea votata alla discriminazione. Faranno parte del cartellone 26 anche gli spagnoli Agrupaciòn Señor Serrano con The Mountain, al cui centro ci sono l’alpinista Mallory e i misteriosi interrogativi sulla salita all’Everest.

    Al Festival ritorna poi la Socìetas di Romeo Castellucci con Schwanengesang D744, concerto-spettacolo da vari Lieder di Schubert (al pianoforte Alain Franco), tutti al confine tra il mondo della speranza e l’oscurità degli abbandoni. In scena la soprano Kerstin Avemo. Non mancano le scosse musicali di Scott Gibbons e proiezioni video. Evidente risulta la riflessione di Castellucci sul senso dell‘arte, soprattutto oggi, e, con malcelata ironia, sul suo stesso impegno di creatore. Un altro appuntamento con gli artisti che hanno scritto la storia del Festival riguarda Claudia Castellucci che proporrà in prima nazionale, dopo un esordio a San Pietroburgo, la sua La nuova abitudine, creazione tra ballo, musica e arte. Terzo tassello della presenza Socìetas sarà Chiara Guidi con Edipo. Una fiaba di magia, alla Casa del Teatro Ragazzi. Sul tema Egitto e i dieci anni della Primavera Araba si esercita Miriam Selima Fieno in Fuga dall’Egitto, dedicato agli esuli egiziani che si erano o si sono battuti per la difesa dei diritti umani in quel paese. In scena oltre alla stessa Selima Fieno ci sarà la cantante Jasmine El Baraunawi. Sarà poi la volta di Tutto brucia, la nuova creazione di Motus ricavata da Le Troiane di Sartre. Scritta a Roma nel 1964, Le Troiane è un adattamento del testo di Euripide, riferito ai conflitti del novecento. Sempre di Motus è Chroma Keys, dedicata al cinema e al potere quasi alchemico di una tecnica video, il Chroma Key appunto (che in Piemonte ebbe tra i suoi maestri l‘artista astigiano Eugenio Guglielminetti) tra Hitchcock e Godard, tra Lars Von Trier e Bela Tarr. Una performance alla Fondazione Merz interpretata da Silvia Calderoni.

    La presenza di Socìetas e Motus sarà anche l‘atto conclusivo di un festeggiamento per il quarto di secolo di programmazione. Con queste due compagnie lo si condivide a buon diritto essendo le più presenti nei programmi del Festival.

    Il Festival 26 come al solito concede fiducia ad alcune giovani compagnie, oltre alla ricordata Miriam Selima Fieno, Tedacà con Fine pena ora di Elvio Fassone con Ninni Bruschetta, il già affermato Liv Ferracchiati con La tragedia è finita, Platonov, ma anche VicoQuartoMazzini, Premio Hystrio 2021 come compagnia emergente, con Livore-Mozart e Salieri. Nel segmento dedicato a teatro e arte, alla Fondazione Merz ci saranno anche la creazione originale di Virgilio Sieni La dimora del volto dedicata alla mostra di Marisa e Mario Merz e il concerto-spettacolo di Will Guthrie & Mette Ingvartsen All Around, e infine l’originale installazione interattiva, alla Lavanderia a Vapore, Sonora Desert della Compagnia Muta Imago.  

     

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