Presentazione

XVIII edizione - 2013

dal 1 al 21 giugno

Nella vita quello della maggiore età è un momento cruciale. Il Festival delle Colline Torinesi raggiunge nel 2013 i diciotto anni, proprio l'età in cui le persone diventano maggiorenni. Si tratta di un traguardo importante. Perciò la diciottesima edizione sarà l'occasione offerta al pubblico per applaudire nuovamente qualcuno dei grandi artisti che hanno fatto la fortuna del Festival delle Colline Torinesi (il Festival, in qualche caso, ha fatto la loro) e anche per conoscere nuovi autori e registi, nuove compagnie, per confrontarsi con differenti linguaggi espressivi. Insomma non sarà una celebrazione nostalgica. Stonerebbe con lo slancio progettuale che è riconosciuto al Festival. D'altra parte quando Galatea Ranzi, Emma Dante, Pippo Delbono, Antonio Latella, Rodrigo García, Ludovic Lagarde sono venuti alle "Colline" il loro talento stava evolvendo, ora è fecondo. Quando Motus, Socìetas Raffaello Sanzio, Teatro delle Albe hanno proposto la loro poetica, essa era in divenire, e quale divenire è stato!

Se una scommessa il Festival delle Colline Torinesi l'ha vinta, essa riguarda proprio l'impegno culturale delle sue proposte. Rifiutata la strada del teatro d'evasione se ne imboccò una più difficile: presentare spettacoli di ricerca e capaci di suscitare dibattito. Il pubblico e gli artisti hanno premiato questa scelta: non sono un caso gli 8000 spettatori del 2012, non è un caso se Marisa Fabbri e Massimo Popolizio, Romeo Castellucci e Valère Novarina, Enrico Casagrande e Daniela Nicolò, Peter Brook e Wajdi Mouawad sono venuti a Torino.

L'ultima edizione del Festival è stata dedicata in buona parte al confronto generazionale: Judith Malina e Silvia Calderoni hanno dialogato, si sono guardate in faccia, contrapponendo l'idea utopica della rivoluzione anarchica degli anni '60 e il disagio, se non la rabbia, delle attuali giovani generazioni.

L'edizione del 2013 lascerà ancora più spazio a questo disagio, a questa rabbia, darà voce ad artisti che analizzano e rappresentano la crisi del mondo occidentale e dei suoi modelli, che denunciano pagine oscure della storia recente, che evocano, oltre ogni revisionismo, memorie scomode anche più antiche, che guardano alla primavera araba, che indagano l'identità dei nuovi italiani, emigrati dai loro paesi del Nord Africa o dell'Est Europa. Coscienza critica e memoria sono tesori degli artisti.

Nel diciottesimo programma ci sono spettacoli che fanno i conti con la giovinezza dei cosiddetti "senza futuro" e con l'idea della morte, una morte individuale o la morte delle speranze. Insomma per dirla con le parole del grande poeta Montale con "il male di vivere", da lui esplicitato nel "rivo strozzato che gorgoglia", metafora meravigliosa di un percorso esistenziale con troppi sogni impediti.

Sonia Chiambretto e Hubert Colas ci sveleranno, ad esempio, le attese deluse dei giovani algerini attraverso Gratte-ciel, spettacolo prodotto da Diphtong Cie, Marseille Provence 2013 Capitale européenne de la culture e dal Festival delle Colline Torinesi, in anteprima assoluta a Torino, il cui testo nasce da conversazioni dell'autrice con ragazzi e ragazze che vivono in patria, in Francia, in Canada, ma anche da documenti d'archivio dell'Onu, da pagine letterarie. Il grattacielo in questione è quello che Le Corbusier aveva progettato per Algeri negli anni '30 del secolo scorso e che non fu mai costruito, vero simbolo, come il mancato metrò, del complicato rapporto tra l'Europa e i paesi arabi, fantasma della storia coloniale. I personaggi di Gratte-ciel sono studenti, terroristi, kamikaze, pentiti, poliziotti, militari.

Un terreno simile di lavoro lo ha scelto la compagnia Motus per la sua produzione 2013, Nella tempesta (animalepolitico project), il cui copione nasce da confronti cercati e testimonianze intercettate, da frammenti narrativi, saggistici, teatrali, da materiali i più svariati. "Cosa succederà adesso?" è la domanda che concludeva il precedente spettacolo della compagnia, Alexis. Basilare, nel nuovo, l'idea che per l'uomo contemporaneo le scelte politiche determinino o determineranno profondamente la stessa esistenza. Proprio oggi, in cui sembra più facile immaginare un mondo vicino alla catastrofe che un mondo migliore. L'avvilente deriva, secondo Motus, nasce dall'atrofia dell'immaginazione. Dall'immaginazione ripartono i giovani in Nord Africa o in Grecia, dalla fantasia di collocarsi nel futuro, sapendo di essere essi stessi il futuro. La loro rabbia sostituirà il conformismo? Molti pensatori contemporanei ci dicono di no, prospettano società senza libri, saggezza, dissenso. Si sbagliano? Lo spettacolo Nella tempesta, che non manca di rimandi all'universo shakespeariano, a Prospero, Calibano, Miranda, sarà presentato in prima mondiale al Festival TransAmérique di Montréal e in prima europea al Festival delle Colline Torinesi. Per i Motus questo è l'undicesimo spettacolo al Festival, una fedeltà apprezzata.

Ad una grande utopista, a chi contrapponeva senza mezze misure il socialismo non autoritario alla barbarie, a Rosa Luxemburg cioè, è dedicato lo spettacolo della Socìetas Raffaello Sanzio e del Teatro delle Albe di Ravenna che insieme proporranno Poco lontano da qui, con Ermanna Montanari e Chiara Guidi. Un lavoro che cita le lettere della Luxemburg, in particolare quella che scrisse dal carcere a un'amica, raccontando lo smarrimento e il dolore di un bufalo picchiato dal guardiano. "Sanguinava, guardava davanti a sé - scrisse - e aveva nel viso nero, negli occhi scuri e mansueti, un'espressione simile a quella di un bambino che abbia pianto a lungo. Era davvero l'espressione di un bambino che è stato punito duramente e non sa per cosa né perché, non sa come sottrarsi al tormento e alla violenza bruta". Una sorta di metafora della malvagità che regna nel mondo, dell'ottusità della violenza, della banalità del male, per dirlo con l'espressione usata da un'altra grande donna: Hannah Arendt. Una lettera sulla compassione, quella citata, cui fa da contraltare una seconda missiva indirizzata a Karl Kraus da una signora benestante (o forse scritta da lui stesso), che accusa lo scrittore austriaco di aver concesso troppo spazio sul suo giornale Die Fackel alla Luxembug, una "rovina-popoli" che meglio avrebbe fatto, secondo il suo dire, a diventare custode di uno zoo. Lo sfondo sonoro dello spettacolo è stato creato da Giuseppe Ielasi, uno dei più bravi autori di musica elettronica. Rivisitare fuori dagli schemi puramente ideologici un personaggio come quello della Luxemburg, assassinata durante la carcerazione, significa comunque ripensare alle molte facce dell'autoritarismo, alle derive dello statalismo, agli stessi rapporti di forza tra paesi ricchi e paesi in via di sviluppo.

Ancora con la brutalità del potere, seppure con un approccio più estetico che politico, si confrontano Licia Lanera e Riccardo Spagnulo (ovvero Fibre Parallele) nel loro nuovo spettacolo Lo splendore dei supplizi, coprodotto dal Festival delle Colline Torinesi e presentato in prima nazionale. Essi riflettono sui macabri trionfi del potere quando è succube della violenza, alla sua orribile vocazione per la tortura fisica e psicologica. Non si debbono chiamare in causa solo i crimini - ci raccontano - ma anche i giudizi sulle anomalie, le infermità, le pulsioni. Troppo spesso siamo conniventi con il boia, viviamo ignari sotto lo stesso tetto del condannato, scendiamo a facili compromessi. Lo spettacolo è diviso in quattro segmenti: La Coppia, già presentato a Marluna Teatro, Il Giocatore, La Badante e Il Vegano.

Descrive perfettamente altri disagi contemporanei Spam, una "Sprechoper" scritta e diretta da Rafael Spregelburd e interpretata da Lorenzo Gleijeses. Storia di un professore che risponde ad una spam e si trova coinvolto in un intrigo internazionale, fino a perdere la memoria e a smarrirsi sia nel mondo virtuale che in quello reale. "La produzione d'immondizia - ci ricorda Spregelburd - è la più grande industria del capitalismo nella sua fase di agonia." Spam è costituito da 31 scene brevi, il cui ordine viene sorteggiato ad ogni recita. Lo spettacolo sarà a Torino subito dopo il debutto assoluto al Napoli Teatro Festival Italia.

Ancora nel mondo d'oggi che subisce i capricci e le mire degli speculatori finanziari è ambientato il corrosivo Money - It Came From Outer Space di Chris Kondek e Christiane Kühl, spettacolo tedesco segnalatosi al Festival Politik im Freien Theater di Dresda e presentato in prima nazionale anche grazie alla collaborazione del Goethe-Institut di Torino. Si tratta del primo contatto con Kondek, nato a Boston nel 1962, già collaboratore del Wooster Group, di Bob Wilson, di Laurie Anderson, di René Pollesch. Quello ospitato alla Cavallerizza è il suo secondo progetto drammaturgico che ha a che fare con il mondo della borsa. Dopo Dead Cat Bounce, del 2005, spettacolo nel quale i ricavi dei biglietti erano provocatoriamente investiti in tempo reale, questo Money ribadisce, anche giocosamente, la tesi marxiana dell'alienazione causata dal denaro. Kondek è uno degli artisti che in Germania coniuga con più disinvoltura linguaggi teatrali e multimediali.

Un'inedita ricerca sul costume italiano la può esibire la compagnia Fanny & Alexander che in Discorso grigio e in Discorso giallo indaga sul discorso politico e su quello di stampo più pedagogico. Le performance fanno parte di un fortunato progetto, ideato da Luigi de Angelis e Chiara Lagani, che propone agli spettatori proprio le forme del discorso pubblico: politico e pedagogico appunto, religioso, sindacale, giuridico, militare. Una raffinata epifania, in fin dei conti, delle personalità del potere. In Discorso grigio Marco Cavalcoli incarna un misterioso Presidente alle prese con un importante discorso inaugurale da pronunciare alla Nazione. Dal magma di parole affiorano Churchill, Berlinguer, Bersani, Grillo, Napolitano, Berlusconi, Bossi, Vendola, tanti altri. In Discorso giallo, in prima nazionale al Festival, Chiara Lagani coinvolge gli adulti, come insegnante, in una paradossale sessione didattica che evoca il Maestro Manzi, la Milo, la De Filippi, persino Maria Montessori.

Si esibiscono suggerendo visioni e ossessioni al confine tra la luce e il buio, tra la vita e la morte gli attori di Imitationofdeath di ricci/forte, spettacolo trasgressivo che ha debuttato in prima assoluta, diretto da Stefano Ricci, a Romaeuropa Festival. "L'imitazione della morte è l'esistenza stessa" suggeriscono gli autori che si ispirano all'universo scostumato di Chuk Palahniuk, scrittore americano di famiglia ucraina dallo stile crudo e iper-realista. Il suo ultimo romanzo fetish Damned racconta la morte di una ragazzina di tredici anni e il suo viaggio in un inferno materico. Sono sedici gli interpreti di Imitationofdeath, tutti dalla fisicità prorompente, sfrenati e poetici, che all'inizio della recita sembrano ridestarsi da un qualche sonno mortale respirando affannosamente, coi volti imprigionati in sacchetti di carta. Una visione che qualcuno ha paragonato ad un iconoclasta Giudizio Universale. Ne seguirà una sequenza di eccessi, di oscenità, di flashback spaventosi, di confessioni, di umiliazioni, di paure rivelate ma anche di slanci alla ricerca dell'innocenza perduta.

Curiosamente simile nelle premesse - vivi e morti che si scambiano i ruoli - ma non nello svolgimento è lo spettacolo di Città di Ebla, The dead, che rimanda all'ultimo racconto di The Dubliners di James Joyce in cui è massima la presa di coscienza della propria morte interiore. Diretto da Claudio Angelini e interpretato da Valentina Bravetti, lo spettacolo riflette sullo scarto tra mondi contigui, tra la vita e le modalità di rappresentarla. Nel caso specifico si palesa la relazione tra un'attrice e le fotografie di lei, scattatele e mostrate al pubblico. Un gioco di rimandi, neppure troppo realistico, che esprime in modo molto interessante questa divaricazione tra l'essere e ciò che dell'essere si può immaginare o sognare. The dead ha debuttato nell'ultima edizione di Romaeuropa Festival. Una tematica simile la sviluppa Eco, ipnotica installazione-spettacolo della giovane compagnia Opera diretta da Vincenzo Schino: chi passa e guarda vede in una pozza nera i volti di tanti altri spettatori che l'hanno preceduto e sopra un ottagono di vecchie porte scruta una marionetta di filo di ferro misteriosamente manovrata da un'attrice. Di nuovo mondi contigui, di nuovo riverberi. Tutto induce a percepire un'eco appunto, ad elaborare tempi perduti.

Ancora la giovinezza come in Imitationofdeath, ma oltraggiata, è al centro di Invidiatemi come io ho invidiato voi, il nuovo lavoro di Tindaro Granata, vincitore del Premio della Critica 2011 per Antropolaroid. Questa volta non più di memorie famigliari e mafia si occupa ma, con misura, del problema della pedofilia. Egli trasforma un fatto di cronaca in una sorta di dramma didattico, volto a dimostrare come, nei rapporti sociali, facilmente si occulti la devianza. Lo spettacolo è in prima nazionale al Festival. 

Sempre la violenza su una giovanissima (da un altro caso di pubblico dominio) è il tema di Jocuri in curtea din spate della scrittrice israeliana Edna Mazya, allestimento di Teatrul ACT, compagnia romena di nuova drammaturgia. Responsabili di uno stupro sono gli stessi compagni di una quattordicenne. Lo spettacolo, che denuncia anche le inefficienze e le ipocrisie del sistema giudiziario, sarà proposto a Torino in prima nazionale nell'ambito di una collaborazione con il Festivalul National de Teatru di Bucarest, che ha conferito nel 2012 a Jocuri in curtea din spate il Premio della Critica. Alla protagonista Joana Manciu è andato, invece, il premio come miglior giovane interprete. Oltrechè a Torino i giovani romeni si esibiranno a San Maurizio d'Opaglio in provincia di Novara, grazie ad una sinergia con la Fondazione Live Piemonte dal Vivo - Circuito Regionale dello Spettacolo.

Non alla cronaca ma alla storia e ai suoi grandi enigmi guardano Rabih Mroué e Hito Steyerl che presenteranno al Festival Probable title: zero probability, lettura-performance che dalla matematica, dai calcoli delle probabilità passa all'arte, alla fisica, all'idea della morte, per giungere alla denuncia di un misconosciuto sterminio. Migliaia di persone tra il 1975 e il 1990 scomparvero durante la guerra civile in Libano senza lasciare traccia. Erano i reclusi nelle carceri, i morti in combattimento, i civili e i militari, non identificati, gettati nelle fosse comuni, i rapiti. I loro parenti e amici soffrono ancora oggi di un'angoscia inestinguibile, acuita dal silenzio istituzionale. Vorrebbero almeno poter dare ai loro cari degna sepoltura. La performance, recentemente presentata alla Tate Modern di Londra nell'ambito del programma The Tanks: Art in Action, sarà anch'essa in prima nazionale a Torino.

Probable title: zero probability lo si è voluto idealmente accostare, nel programma 2013, a L.I. Lingua Imperii, lavoro raffinato della giovane compagnia Anagoor nel quale si riflette sulla Shoa, la più terribile tragedia del '900, e su altre stragi. Con modalità espressive originali Simone Derai e compagni, individuano tre nuclei tematici: la lingua del potere, la ferocia della caccia, le testimonianze dei sopravvissuti. Lo spettacolo cita Eschilo e Primo Levi, Sebald e Littel. Proprio da Le benevole di Littel sono tratti tre straordinari dialoghi tra due ufficiali nazisti, che contrappongono differenti posizioni sull'idea di razza e di obbedienza ai comandi.

Riflessioni sulla guerra e sui drammi che ogni guerra invariabilmente procura, sugli antagonismi che scatena, li propone Ferocemadreguerra, novità della compagnia FMG e Cap10100 presentata in prima nazionale, che a partire da Stabat Mater Furiosa di J.P. Siméon sviluppa un percorso sulla ferocia del vivere e sull'Arte come antidoto e "polvere da sparo". Nella scrittura a più mani degli attori/autori è evidente la complicità, tra gli altri, di Sarah Kane, Elsa Morante, Artaud, Testori, Jan Fabre, Javier Marías. Sono temi, come si vede, relativi alle coercizioni del potere, di contestazione dei suoi metodi, di studio delle dinamiche sociali che ritroviamo anche negli spettacoli già citati di Motus, Fanny & Alexander, ricci/forte, Fibre Parallele, a dimostrazione di come il teatro italiano di ricerca (ma può esistere un teatro senza ricerca?) stia progredendo non solo nei linguaggi espressivi ma soprattutto nella consapevolezza della propria responsabilità culturale e politica. L'attenzione ossessiva e meritoria per la tutela della memoria - di tale consapevolezza - è un indizio importante.

Sempre meno giustificato è, nelle stagioni ufficiali, sottovalutare questo impegno, questo rinnovamento, queste realtà artistiche, favorendo un teatro spesso incapace di slanci. Il Festival delle Colline Torinesi al nuovo teatro ha sempre badato, anche ai suoi più giovani esponenti come, quest'anno, i torinesi Maniaci D'Amore che presentano Biografia della peste. E' una surreale storia ambientata a Duecampane, paesello di fantasia, dove gli abitanti sono morti per ventitrè ore al giorno. Negli unici sessanta minuti concessi loro per vivere realmente, progrediscono tante biografie.

Ci sono poi due progetti speciali del Festival 2013. Il primo è Rooms for Error, tre studi dal racconto Voglia di dormire di Cechov, che Cuocolo/Bosetti, ovvero IRAA Theatre,  presenteranno nella loro casa-teatro di Vercelli. Un'esplorazione dei percorsi creativi del teatro: dalla lettura del testo all'interpretazione, fino alla rappresentazione. Sempre lasciando aperta la possibilità di errore, di aporia. In bilico, come è caratteristica della loro proposta teatrale, tra realtà e finzione, con l'attore che diventa personaggio e torna ad essere persona. Il pubblico, immerso nell'azione, deve reinventarsi ad ogni momento una modalità di fruizione. Il secondo progetto speciale - spettacolo conclusivo della diciottesima edizione e modo per celebrarla - è A questo mondo perfetto di Alex Majoli e Fabio Barovero, multiproiezione e concerto, alle Fonderie Limone di Moncalieri, che coniuga i linguaggi di un grande fotoreporter della Magnum, suo attuale presidente, e quello del compositore torinese, anima della Banda Ionica, dei Mau Mau, autore di colonne sonore per il teatro ed il cinema. Un viaggio per immagini nelle regioni dove la guerra mette in scena i suoi drammi, ma anche, sonoro, a Bombay, a Luanda, nel Chapas. 

Sono parecchie le iniziative che contrappuntano gli spettacoli del Festival.

Tra queste le attività a Torino di YPAL Young Performing Arts Lovers, un progetto europeo spontaneo che propone incontri di spettatori under 30 provenienti dalla Francia e da altre nazioni europee, e contemporaneamente sviluppa un loro percorso formativo. Grazie a YPAL questi giovani possono assistere a spettacoli, partecipare a laboratori, confrontarsi con gli artisti, tra i quali Stefano Ricci e Gianni Forte, Chiara Guidi e Ermanna Montanari, Vincenzo Schino e Marta Bichisao. YPAL è sostenuto da una rete di istituzioni, teatri e festival del vecchio continente: capofila la Comédie de Reims diretta da Ludovic Lagarde, ripetutamente presente nei cartelloni del Festival, poi Kampnagel di Hamburg, Les Halles de Shaerbeek di Bruxelles, Project Arts Centre di Dublin, Unga Klara di Stochkolm, la Città di Rijeka, il Centro Culturale di Sarajevo, lo stesso Festival delle Colline Torinesi, e si inserisce nel cartellone di Torino incontra la Francia, come anche lo spettacolo francese Gratte-ciel.

Per approfondire le tematiche del cartellone ci sono invece gli incontri "Mezz'ora con" gli artisti, curati dalla giornalista Laura Bevione: avranno luogo, nei teatri, prima o dopo gli spettacoli.

Di corollario al Festival, inoltre, è in programma la distribuzione in Regione, nelle "Botteghe d'arte", di alcuni spettacoli, in collaborazione con la Fondazione Live Piemonte dal Vivo.

Il Festival delle Colline Torinesi festeggia i propri diciotto anni di storia, infine, con un percorso espositivo al Museo di Scienze Naturali di Torino. Nella Sala dell'Arca il fotografo Diego Beltramo presenta la sua pregevole raccolta di ritratti di artisti del Festival 2008 che ha per titolo INTIME. Diego Beltramo, torinese che vive e lavora a Berlino, aveva collaborato lungamente, negli anni scorsi, con il Festival delle Colline Torinesi.

Non va dimenticato, infine, il contributo dato alla visibilità di questa edizione del Festival da Antje Rieck, scultrice tedesca di Ulm che vive e lavora a Torino, la quale succede a Mario Merz, Marco Gastini, Luigi Mainolfi, Michelangelo Pistoletto, Nunzio, Marzia Migliora, Giorgio Griffa nel creare il segno d'artista del Festival.

Sarà possibile realizzare la diciottesima edizione, pur in una situazione di grandissima difficoltà economica, grazie alla fiducia e al sostegno della Regione Piemonte, della Città di Torino, della Provincia di Torino, della Città di Moncalieri, del Comune di Pecetto Torinese, della Compagnia di San Paolo, della Fondazione CRT, della Camera di Commercio di Torino, del Sistema Teatro Torino e Provincia, dell'Institut Français, del Goethe-Institut di Torino, di Face à face, della Fondazione Nuovi Mecenati. E grazie alla collaborazione del Teatro Stabile di Torino, della Fondazione Teatro Piemonte Europa, della Fondazione Live Piemonte dal Vivo, della Casa Teatro Ragazzi e Giovani, dell'Associazione Amici del Festival delle Colline Torinesi. Un ringraziamento non di maniera va poi gli artisti, allo staff, ai collaboratori, ai fornitori, che hanno voluto condividere le difficoltà.

Sergio Ariotti

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